Aveva appena due mesi. Lo hanno chiamato Angel, un nome ricevuto soltanto alla fine della sua brevissima vita, dalle persone che hanno cercato di aiutarlo.
La vicenda arriva da Ivrea. Secondo quanto riportato da La Zampa, il piccolo sarebbe stato lanciato da un’auto in corsa nei pressi di Ponte Isabella, in pieno giorno e davanti ad alcuni testimoni. I soccorsi sono arrivati, ma le sue condizioni erano troppo gravi.
È una storia terribile, ma c’è un particolare che la rende ancora più difficile da comprendere: il gattile si trovava a circa un chilometro di distanza.
Ed è proprio quel chilometro a sollevare una domanda che va oltre la cronaca.
Perché?
Perché scegliere un gesto tanto crudele quando, a pochi minuti di distanza, esisteva un’alternativa?
Sarebbe bastato continuare a guidare. Arrivare al rifugio, bussare a una porta, chiedere aiuto. Persino lasciare quel gattino davanti all’ingresso sarebbe stata una scelta diversa, certamente non quella corretta, ma infinitamente più umana di ciò che è accaduto.
I volontari del rifugio hanno ricordato che sarebbe bastato portare Angel da loro: lo avrebbero accolto e avrebbero cercato per lui una nuova famiglia.
È difficile allora non vedere in quel chilometro qualcosa di più di una semplice distanza geografica.
Quel chilometro separava due possibilità: liberarsi di un problema oppure riconoscere di avere davanti una vita.
Quando una vita diventa un oggetto
Forse è questo l’aspetto che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
Un gattino di due mesi non è in grado di comprendere perché venga abbandonato. Non può scegliere dove andare, chiedere aiuto o difendersi. Dipende completamente dalle persone che incontra.
Eppure, per qualcuno, può diventare improvvisamente qualcosa di cui disfarsi.
È qui che dovremmo interrogarci sul significato della parola “umanità”.
Siamo abituati a utilizzarla per indicare compassione, empatia, capacità di riconoscere il dolore dell’altro. Ma essere esseri umani e comportarsi con umanità non sono necessariamente la stessa cosa.
L’umanità emerge soprattutto nelle piccole scelte: fermarsi, chiedere aiuto, cercare un’alternativa quando non siamo più in grado di occuparci di un animale.
Nel caso di Angel quell’alternativa esisteva ed era vicinissima.
Due realtà a pochissima distanza
C’è poi un particolare quasi paradossale.
Nello stesso periodo, nel gattile di Ivrea altri animali trovavano una famiglia e altri cuccioli venivano affidati alle cure dei volontari. A poca distanza, quindi, qualcuno stava scegliendo di accogliere una vita mentre qualcun altro prendeva una decisione completamente opposta.
È forse questa contraddizione a raccontare meglio di tante parole la società nella quale viviamo.
Da una parte persone che dedicano tempo, denaro ed energie per salvare animali che non hanno mai visto prima. Dall’altra qualcuno che non riesce, o non vuole, percorrere ancora un chilometro.
Non significa che stiamo diventando tutti più crudeli. Sarebbe una conclusione ingiusta verso le migliaia di volontari, cittadini e famiglie che ogni giorno dimostrano esattamente il contrario.
Significa però che episodi simili devono continuare a interrogarci.
Il rischio più grande è abituarsi
Notizie di animali abbandonati o maltrattati compaiono continuamente sui social. Le vediamo, ci indigniamo, magari lasciamo un commento e pochi secondi dopo continuiamo a scorrere.
È comprensibile. Nessuno potrebbe sopportare emotivamente tutto il dolore che ogni giorno passa davanti a uno schermo.
Ma esiste una differenza tra proteggersi e abituarsi.
Abituarsi significa cominciare a considerare inevitabili episodi che inevitabili non sono. Significa accettare la crudeltà come una componente normale della società.
Non dovrebbe esserlo.
La tutela degli animali passa certamente attraverso le leggi e le sanzioni, ma passa anche attraverso qualcosa che nessuna legge può imporre completamente: la cultura del rispetto per la vita.
Angel ha incontrato anche l’altra faccia dell’umanità
La storia di Angel, fortunatamente, non racconta soltanto la crudeltà.
Qualcuno si è fermato. Alcune persone hanno assistito alla scena e hanno dato l’allarme. I volontari sono intervenuti e hanno cercato di aiutarlo. È stata presentata una denuncia e le immagini delle telecamere presenti nella zona potrebbero contribuire all’individuazione dei responsabili.
Anche questo conta.
Perché significa che l’umanità che temiamo di perdere esiste ancora.
Esiste nelle persone che si fermano davanti a un animale ferito. Nei volontari che rispondono a una telefonata. In chi apre la propria casa a un animale che nessuno vuole. In chi decide che anche una vita piccolissima merita attenzione.
Forse allora quel chilometro può diventare il simbolo di qualcosa.
Non soltanto della distanza che qualcuno non ha voluto percorrere, ma della scelta che ognuno di noi può trovarsi a compiere davanti alla fragilità di un altro essere vivente.
Non sappiamo perché sia stato fatto ciò che è stato fatto ad Angel e non avrebbe senso inventare spiegazioni.
Sappiamo però che esisteva un’alternativa.
Era vicina.
Era possibile.
Era umana.
Per Angel sarebbe bastato un chilometro.
Forse è proprio da distanze così piccole che possiamo capire quanto grande sia ancora la strada da percorrere per imparare davvero a rispettare la vita.
Fonti: La Zampa – La Stampa; LNDC Animal Protection.
*L'immagine di copertina si intende a scopo puramente illustrativo
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