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Caccia, è davvero questa la “gestione della fauna”? AnimaliSOS dice no alla normalizzazione dell’uccisione degli animali

In Trentino dal 2027 è prevista la sperimentazione dell’arco nel controllo dei cinghiali. Ma la questione va oltre lo strumento utilizzato: quale rapporto vogliamo costruire con la fauna selvatica? AnimaliSOS prende posizione contro la normalizzazione dell’uccisione degli animali e chiede più prevenzione, ricerca e soluzioni alternative agli abbattimenti.

Pubblicato: 01/09/2026

Caccia, è davvero questa la “gestione della fauna”? AnimaliSOS dice no alla normalizzazione dell’uccisione degli animali

Dal caso dei cinghiali in Trentino una riflessione che va oltre arco e frecce: come vogliamo affrontare il difficile rapporto tra uomo e fauna selvatica?

Ci sono notizie che suscitano una reazione immediata. Poi, però, se vogliamo davvero difendere gli animali, abbiamo il dovere di andare oltre l'indignazione e capire esattamente di cosa stiamo parlando.

In Trentino la Giunta provinciale ha aggiornato il piano di controllo del cinghiale introducendo, tra gli strumenti utilizzabili, anche l'arco. La sperimentazione è prevista dal 2027.

È importante chiarirlo subito: non si tratta, tecnicamente e giuridicamente, dell'apertura della normale caccia al cinghiale con arco e frecce.

La legge 157/1992 distingue infatti l'attività venatoria dai piani di controllo della fauna selvatica. Questi ultimi possono prevedere catture e abbattimenti per ragioni che comprendono tutela della biodiversità, produzioni agricole, motivi sanitari, sicurezza stradale e pubblica incolumità. La stessa legge precisa esplicitamente che tali operazioni di controllo non costituiscono attività venatoria.

Una distinzione importante, che non vogliamo nascondere.

Ma che non elimina la domanda che il caso pone.

Il problema dei cinghiali esiste

Partiamo da un'altra affermazione che forse non piacerà a tutti, ma che riteniamo indispensabile per affrontare seriamente l'argomento:

la gestione della popolazione dei cinghiali rappresenta un problema reale.

I conflitti con le attività agricole esistono. Esistono problemi legati alla sicurezza stradale. Ed esiste la questione sanitaria della peste suina africana, che ha portato negli ultimi anni all'adozione di specifici programmi di contenimento.

In Trentino, infatti, il cinghiale è già sottoposto da anni a un piano di controllo finalizzato anche a contenerne la diffusione in relazione al rischio della peste suina africana.

Negare questi problemi non aiuterebbe i cinghiali.

Servirebbe soltanto a rendere meno credibile chi vuole difenderli.

Perché il Trentino vuole utilizzare anche l'arco

La decisione della Provincia autonoma di Trento risale al 3 luglio 2026.

La Provincia sostiene che l'arco possa rappresentare, in determinate circostanze, un'alternativa efficace alle armi da fuoco. Il tiro avverrebbe a distanza ravvicinata e l'utilizzo dell'arco avrebbe inoltre il vantaggio di produrre un minore disturbo acustico.

E c'è un altro elemento che sarebbe scorretto omettere: ISPRA ha espresso parere favorevole all'introduzione di questo strumento nell'ambito dello specifico piano di controllo.

Questo significa che possiamo discutere e contestare la scelta.

Ma non possiamo raccontarla come una decisione presa senza alcuna valutazione tecnica.

Le critiche delle associazioni animaliste

La decisione ha comunque provocato fortissime proteste.

LEAL ha annunciato iniziative legali contro il provvedimento, contestando in particolare il rischio che un animale colpito ma non immediatamente abbattuto possa allontanarsi, rendendo difficile il recupero e andando incontro a sofferenze prolungate.

Ed è proprio qui che il caso del Trentino smette di essere soltanto una questione tecnica.

Perché possiamo discutere per ore di gittata, efficacia, rumore, selettività e strumenti.

Ma alla fine rimane una domanda molto più grande.

Il problema non è soltanto arco contro fucile

Per AnimaliSOS la questione non può ridursi alla scelta dello strumento con cui abbattere un animale.

La domanda che ci interessa è un'altra:

quanto spazio vogliamo continuare ad assegnare all'uccisione nella gestione del nostro rapporto con la fauna selvatica?

Un cinghiale non conosce un piano provinciale.

Non conosce i confini amministrativi.

Non sa cosa siano un calendario venatorio, un piano di controllo o un'emergenza sanitaria.

È un animale che cerca cibo, si riproduce, protegge i propri piccoli e tenta di sopravvivere nell'ambiente che ha a disposizione.

Questo non significa ignorare i problemi che la sua presenza può provocare.

Significa ricordarsi che dietro espressioni inevitabilmente tecniche come contenimento, prelievo e controllo numerico esistono comunque esseri viventi.

Esistono alternative agli abbattimenti?

Qui dobbiamo evitare un'altra risposta troppo facile.

Non possiamo semplicemente scrivere: “basta sterilizzarli”.

ISPRA considera attualmente la sterilizzazione chirurgica degli animali selvatici che vivono liberi non una valida alternativa generale agli altri metodi di contenimento numerico, per difficoltà che comprendono cattura, identificazione degli individui, anestesia, intervento e gestione post-operatoria.

Esistono però strumenti di prevenzione e gestione che non coincidono necessariamente con il semplice abbattimento.

Le linee guida ISPRA sulla gestione del cinghiale comprendono, accanto agli interventi di controllo, anche metodi di prevenzione dei danni e tecniche di cattura. Per le catture, ad esempio, vengono utilizzati recinti e trappole autoscattanti progettati per attirare gli animali mediante esche alimentari. Anche queste tecniche presentano limiti, costi e problemi gestionali e non rappresentano una soluzione magica.

Ed è proprio questo il punto.

Non vogliamo sostituire una semplificazione con un'altra.

Vogliamo che prevenzione, ricerca e metodi a minore impatto sugli animali abbiano sempre il massimo spazio possibile, e che l'abbattimento non diventi culturalmente la risposta automatica ogni volta che la convivenza con una specie diventa difficile.

E la caccia?

Il caso del Trentino riguarda il controllo faunistico.

Ma inevitabilmente riapre anche una discussione più ampia sulla caccia.

Su questo la posizione di AnimaliSOS è chiara:

siamo contrari alla caccia.

È una posizione etica.

Possiamo riconoscere la necessità di gestire una popolazione animale quando esistono problemi sanitari, ambientali o di sicurezza e contemporaneamente rifiutare l'idea dell'uccisione di un animale come attività ricreativa.

Le due cose non sono in contraddizione.

Anzi, distinguerle è fondamentale.

Anche in Parlamento si discute dell'arco

La questione dell'arco non riguarda soltanto il provvedimento trentino.

Alla Camera è in discussione una proposta di legge presentata da Michela Vittoria Brambilla che interviene sulla legge 157/1992 introducendo il divieto dell'esercizio dell'attività venatoria mediante l'uso dell'arco.

Al 4 agosto 2026 il provvedimento risultava ancora in esame in Commissione.

Attenzione ancora una volta alla distinzione: questa proposta riguarda l'attività venatoria, mentre il provvedimento trentino di cui stiamo parlando riguarda il controllo faunistico.

Sono due piani differenti.

La fauna selvatica non è un bersaglio

Forse il punto più importante è proprio questo.

Per troppo tempo abbiamo affrontato il rapporto con gli animali selvatici quasi esclusivamente dal nostro punto di vista.

Se entrano nelle città sono un problema.

Se attraversano una strada sono un problema.

Se mangiano una coltivazione sono un problema.

Se diventano numerosi sono un problema.

Alcuni di questi conflitti sono assolutamente reali e devono essere affrontati.

Ma forse dovremmo anche domandarci quanto abbiamo modificato noi gli habitat, le disponibilità alimentari e gli equilibri del territorio nei quali questi animali cercano semplicemente di vivere.

Non abbiamo una soluzione semplice da proporre.

E diffidiamo proprio delle soluzioni semplici applicate a problemi complessi.

Abbiamo però un principio.

Quando esiste una possibilità concreta di prevenire un conflitto senza uccidere un animale, quella possibilità deve essere perseguita seriamente.

Quando esistono metodi alternativi efficaci, devono avere priorità.

Quando invece un intervento di controllo viene ritenuto necessario, pretendiamo che sia fondato su dati scientifici, effettuato da personale qualificato, realmente necessario e progettato per ridurre al minimo possibile la sofferenza.

E continueremo contemporaneamente a sostenere una posizione netta contro la caccia intesa come attività venatoria.

Perché gestire un problema può essere una necessità.

Uccidere per divertimento è un'altra cosa.

E confondere le due questioni non aiuta né il dibattito pubblico né, soprattutto, gli animali che diciamo di voler proteggere.

Nota editoriale AnimaliSOS

AnimaliSOS è contrario alla caccia e sostiene una gestione della fauna selvatica fondata prioritariamente su prevenzione, conoscenza scientifica, riduzione dei conflitti e ricerca di metodi non cruenti realmente efficaci. Nel raccontare il caso del Trentino abbiamo volutamente distinto l'attività venatoria dalle operazioni di controllo faunistico previste dalla normativa vigente.

*L'immagine di copertina si intende a scopo puramente illustrativo

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